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 [Un'antica pratica: la disinfezione postale] Spedite questo articolo ai Vostri amicistampa 
settembre 2010 Da: Posteitaliane - Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Piazza Vittorio Veneto, 1 - Trieste

La disinfezione postale


Una fra le più antiche e diffuse pratiche di disinfezione è quella postale. Già nel XVI secolo alcuni documenti ci informano sull’uso del fuoco per la disinfezione della carta, ma mentre a Bologna viene usato per distruggere, come si legge da un Bando del castello di Marignano pubblicato il 16 agosto 1576
la Posta proveniente da zona gravemente sospetta si distrugge col fuoco
a Venezia serve per fumigare ovvero disinfettare.
Infatti, sempre nel 1576, nel mese di novembre la Sanità veneziana preoccupata per le minacce di epidemie di peste che arrivano dal Levante, ordina che
tutte le carte (lettere o documenti che siano) giunte al Lazzaretto Vecchio siano sottoposte a fumigazione.

Gli Stati Italiani già nel XVI secolo ricorrono alla pratica dello spurgo delle lettere, seguiti molto lentamente dagli altri Stati d’Europa; nel Settecento questa operazione diventa una pratica consueta, tutti i regolamenti sanitari ne parlano ed essa si perfeziona ulteriormente durante il XIX secolo quando, in Europa, i battelli a vapore intensificano le relazioni commerciali, abbreviano la durata dei percorsi, ma nello stesso tempo trasportano con più facilità i bacilli di peste, febbre gialla e colera, tutte terribili malattie non ancora sconfitte. In ordine cronologico le ultime disinfezioni postali risalgono agli inizi del XX secolo, riprese ad ogni minaccia di epidemia, come durante l’influenza spagnola del 1918 o l’afta epizootica del Vallese nel 1920; nemmeno il XXI ha disdegnato la disinfezione postale come abbiamo potuto costatare con la minaccia carbonchio dell’ottobre 2001 che ha risvegliato, in tutti noi, antiche paure che ormai sembravano essere solo retaggi del passato.

Tutti i lazzaretti d’Europa nel XVIII secolo considerano questa particolare disinfezione una pratica obbligatoria facente parte del macchinoso piano di prevenzione e ciascuno le riserva un ambiente esclusivo per la sua esecuzione. Dal Regolamento Sanitario austriaco del 1769 apprendiamo che nel nuovo lazzaretto di Santa Teresa è previsto uno spazio denominato Casino del profumo dove vengono disinfettate tutte le lettere e dove prima di entrare nel lazzaretto devono fermarsi obbligatoriamente tutti i capitani di bastimenti portanti patente Brutta per purificare i documenti cartacei presenti sulla nave, consuetudine denominata la “tradizione delle lettere”. La carta, infatti, componente principale di manoscritti, libri, giornali, dispacci, documenti e lettere è considerata un “genere suscettibile”, rientra nell’elenco delle cose pericolose e viene definita un agente di contagio, pertanto rigorosamente controllata.

In genere per la disinfezione postale sono usati agenti sia fisici sia chimici, primo fra tutti il calore associato però all’uso dei profumi. Ma cosa sono questi profumi? Lo troviamo esplicitamente spiegato nel trattato muratoriano del Governo della Peste che considera, appunto, la pratica “de’ profumi” una delle più incisive nella lotta contro la malattia non solo per la posta, ma per difendersi in generale dalla peste. Egli infatti spiega che
accender materie odorose, al fumo delle quali esposte le robe infette o sospette, perdono qualunque spirito velenoso da loro contratto. Ancor questo è un costume antico, e si praticavano profumi anche nelle antiche pesti, ma se n’è fatto conoscere di poi maggiormente l’utilità del P. Maurizio da Tolone cappuccino, che gli adoperò con grande utilità del pubblico in varie città, e massimamente in Genova nella peste del 1656 siccome abbiamo dal suo trattato politico.

Questa pratica è un “preservativo mirabile” secondo il Muratori e mentre durante le epidemie viene usata per disinfettare qualsiasi cosa infetta, in tempi normali si usa quasi esclusivamente per la pulizia delle lettere e dei documenti i quali vengono sottoposti ai vapori di zolfo. Come specificato nel regolamento sanitario teresiano del 1755 e poi confermato in quello del 1769 (articolo 91):
tutte le lettere e carte consegnabili doppo che saranno passate per il profumo del Zolfo dovranno istradarsi sigillate con Publico Sigillo, e cera di Spagna dal Priore alla Cancelleria di Sanità, quale averà la cura del solecito fedele recapito; Al solo Raccomandatario del Bastimento, e al Ricevitore del carico potranno rimettersi i Dispacci dal priore, se à tal effetto si fosse insinuato personalmente nel lazzaretto, avvertendo bensì di non consegnare, né di dar corso à alcuna Lettera ne Carta, se prima non siano stati recapitati i Dispacci diretti al Governo, e al Magistrato; il Guardiano, cui sarà commesso il recapito delle Lettere particolari, potrà e dovrà percepire per ogni Lettera la gratificazione di due soldi.

Gli austriaci, quindi, in un primo momento adottano lo zolfo come profumo purificatore, ma nel Regolamento contro la peste del 1770 gli affiancano l’uso dell’aceto considerato più potente in momenti di effettivo contagio:
le lettere poi, sieno essere dirette a chi si voglia, dovranno essere alla presenza di esso Direttore della contumacia, in tempi buoni profumate con ordinaria affumicazione antipestilenziale soltanto, in tempi sospetti, e quindi di aumentato termine contumaciale dovranno essere passate per l’aceto caldo.

Questa norma del regolamento viene effettivamente applicata alla realtà, infatti da una comunicazione del Magistrato di Sanità di Trieste all’Intendenza Commerciale del 1772 apprendiamo che:
le lettere che vengono dalle confinazioni ottomane sono alle nostre stazioni di contumacia spurgate con de’ perforamenti e bagnamento in aceto.

Questo trattamento per altro non è condiviso dal Magistrato alla Sanità di Venezia, che sottolinea proprio questo fatto al Magistrato triestino consigliando di applicarne uno ancora più accurato e preciso, per evitare sgradite sorprese; per lui infatti non basta solo perforare ma anche:
aprir le lettere per osservare se entro vi fosse mostra, ò particelle suscettibile e passarle per profumo uniformemente al metodo praticato.

La volontà del Magistrato veneziano, di voler aprire tutte le buste contenenti cose diverse dalla semplice lettera, è collegata alla paura di poter contrarre il contagio dalle chiusure e dai contenuti delle missive stesse; proprio per questo, spesso gli spaghi sono eliminati e sostituiti con il filo di ferro mentre il contenuto, deve essere scoperto e poi disinfettato a dovere; i plichi e le lettere di grande formato vengono quindi aperti, passati per le fumigazioni e poi rinchiusi.

Tutta questa pratica, molto delicata, è svolta da una persona discreta, molto fidata, tenuta a non leggere il contenuto della lettera e denominata Profumatore, che la esegue con precisione e cura per non rovinare la carta. Le prove dell’avvenuta disinfezione sono visibili chiaramente sulla lettera e ciascuna delle tecniche usate lascia il proprio segno; il calore dà alla carta un caratteristico color bruciato, sul quale può spiccare in negativo l’impronta dell’estremità tagliata della canna o delle pinze che hanno sostenuto la lettera; la profumazione, se non associata al calore, non lascia tracce, l’aceto lascia macchie di colore giallo rosato caratteristiche, le quali esposte al calore assumono colore brunastro, mentre il cloro è completamente incolore.

L’apertura però, anche se fatta da persona fidata, viola in ogni caso il segreto epistolare. Forse proprio per questo negli ultimi anni del XVIII secolo i servizi sanitari austriaci affiancano alla pratica del profumo quella dell’intaglio. Nei lazzaretti triestini a questo scopo quindi viene usato l’apparecchio d’intaglio per la disinfezione o Rastrello. Si tratta di uno strumento con basamento in legno fornito di una piastra con più lame che serve ad intagliare le lettere
facilitando in tal modo la penetrazione dei vapori disinfettanti.

Uno di questi Rastrelli si trova ancora oggi al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste, è uno dei pochi esemplari ancora esistenti ed in perfetto stato di conservazione. Questo attrezzo è stato utilizzato nel lazzaretto di Santa Teresa fino alla metà dell’Ottocento e poi trasferito presso il nuovo comprensorio sanitario di San Bartolomeo presso Muggia; è stato ritrovato, in fondo al mare, nel Golfo della suddetta cittadina in provincia di Trieste agli inizi del XX secolo e poi conservato nelle cantine del Comune di Muggia, fino al 1997, anno in cui è stato inaugurato il Museo postale.

Con l’adozione del rastrello alla fine del Settecento, il trattamento di purificazione della lettera trasportata da un bastimento con patente netta si limita alla perforazione e al passaggio sopra i profumi. Ogni grande lazzaretto ha il proprio tipo di apparecchio per la disinfezione, ciascuno dei quali presenta una propria caratteristica posizione delle lame, in modo tale che la disposizione dei tagli, quindi, ci rivela in quale lazzaretto la missiva è stata disinfettata.

All’arrivo della nave, le lettere sono raccolte e trasferite nel Casino del profumo dove sono prese una per una mediante apposite mollette e passate sotto il rastrello, dopo la perforazione, sempre con le mollette, vengono passate sopra il fornello dei vapori o una per una o con un particolare arnese, chiamato “tamburo” nel quale sono inserite alla rinfusa, tante insieme, e poi passate sui vapori, terminata questa procedura le lettere sono pronte per essere timbrate.
Tutto cambia quando la patente posseduta dal bastimento è brutta. In questo caso le lettere devono venir aperte e disinfettate anche all’interno e perciò sono aperte con le forbici, tagliate in modo da lasciare intatto il sigillo originale, distese, senza toccarle, con spatole di legno e quindi esposte al profumo con delle pinze. Ciascun Profumatore deve adottare particolari precauzioni per non bruciare i lembi delle lettere. Alcune particolari missive però non devono venir mai aperte, nemmeno in casi estremi, per ragioni politiche o diplomatiche; rientrano in questa categoria tutte le lettere di carattere ufficiale dirette ad autorità austriache, le lettere di autorità straniere, le lettere dirette alla corte di Vienna che ha un proprio ufficio riservato alla profumazione e le lettere dirette ad ambasciatori di nazioni estere che provvedono in proprio alla disinfezione.

Dopo la pratica di pulizia si passa all’ultima operazione, quella che lascia il segno di tutto il lavoro fatto, la timbratura; anch’essa varia e si allinea al tipo di procedura adottata. Nel caso che le lettere siano solo intagliate vengono timbrate esternamente, mentre, se sono aperte, ciascun foglio verrà timbrato con una dicitura generica Sigillum Sanitatis e la copertura esterna suggellata con la ceralacca dove viene impresso il sigillo del Lazzaretto che ha effettuato l’operazione. I bolli sono impressi sul fronte o sul retro della missiva con inchiostro nero o rosso e talvolta blu/verde; nei piccoli centri, in mancanza del bollo, spesso si ricorre alla certificazione scritta a mano.

La dicitura caratteristica è per le lettere aperte NETTO DI FUORI E DI DENTRO, mentre quelle che rientrano nelle categorie esenti portano la dicitura NETTA DI FUORI E SPORCA DI DENTRO. Questi particolari timbri o certificazioni hanno il duplice scopo di rassicurare il destinatario sull’avvenuta disinfezione e avvisare le autorità sanitarie che un trattamento è già stato effettuato e quindi non serve eseguirne un altro.

La disinfezione ha dei costi, sia in termini di tempo che di prodotti usati per attuarla e spesso queste particolari spese sono fatte gravare sul destinatario della lettera.


Chiara Simon
Curatore del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
  











 

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