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24 gennaio 2012
Editoriale del quotidiano "Trentino"
Comunità di Valle. L’unico errore: le elezioni
di GIUSEPPE PAROLARI
Pur fuori dalla politica attiva (ho saltato un giro, come si dice in gergo), mi è capitato di leggere sui giornali locali qualche capitolo della polemica sorta attorno alle comunità di valle. Confesso che di questa polemica spesso non ne ho capito il senso, così come non capisco del tutto le ragioni dell’indifferenza, se non dell’avversione della gente verso queste nuove realtà. Ma ho come l’impressione che polemiche, indifferenza e avversione, trovino origine nel fatto che ben pochi hanno capito a cosa servono queste benedette comunità.
Cerco allora di portare la mia modesta testimonianza sulle ragioni che hanno condotto il legislatore ad approvare la legge che ha istituito le comunità. Lo faccio da ex sindaco e da ex consigliere provinciale, membro della prima commissione legislativa provinciale in rappresentanza del mio gruppo politico (la Sinistra trentina per l’Ulivo): in un caso e nell’altro ho partecipato attivamente alla costruzione e all’approvazione della legge istitutiva delle comunità.
Gli scopi per cui le comunità sono state istituite sono presto detti:
per unificare uffici e strutture dei comuni così da offrire ai cittadini servizi migliori a minor costo e da permettere che tutti i trentini, siano essi residenti nel capoluogo o nel più lontano comune della periferia dell’impero, possano avere buoni servizi e buone opportunità. Non si capiva infatti come mai in tutti i comuni ci dovessero essere gli stessi uffici, gli stessi servizi, le stesse competenze, costosi e assurdi doppioni che causavano dispendio di risorse per le casse pubbliche e, di conseguenza, limitazione di servizi e non venissero accorpati;
per riunire “obbligatoriamente” attorno ad un tavolo, in un’unica assemblea di valle, i rappresentanti dei comuni in modo da prendere congiuntamente le decisioni politiche di vallata; da costruire insieme progetti di valle, economici, sociali, assistenziali, di sicurezza, urbanistici, sanitari, culturali, eccetera; da utilizzare le risorse in modo intelligente e non costruire più, nella stessa zona, due impianti sportivi uguali che non servono o due scuole identiche solo perché le chiedono due comuni;
per decentrare servizi, attività, uffici, personale, competenze dalla Provincia ai comuni riuniti nelle comunità di valle, così da portare la pubblica amministrazione sempre più vicina ai cittadini. Non si capiva infatti perché dovesse continuare ad essere la Provincia a gestire servizi, uffici, risorse, rapporti con i cittadini, anche quelli che avrebbero potuto essere gestiti dai comuni, singoli o associati, gli enti più vicini alla gente;
per impedire infine che, solo per ragioni puramente economiche e di mercato, vincesse la moda di voler cancellare i piccoli comuni che hanno secoli di storia, che i nostri avi hanno costruito e di cui hanno difeso l’esistenza e l’autonomia per centinaia di anni. Ci siamo chiesti se era giusto che oggi, solo per risparmiare denaro e per null’altro, venissero cancellate esperienze secolari di partecipazione alla vita pubblica come sono i comuni, anche i più piccoli. Ci siamo chiesti se questa fosse l’unica strada possibile per risparmiare, oppure ce ne fossero altre come, ad esempio, l’unificazione dei servizi pubblici comunali nelle comunità di valle, togliendo ai piccoli comuni il compito di gestire servizi ma lasciando loro la possibilità di continuare a rappresentare democraticamente la propria gente.
Non a caso nella legge era stato inserito (a seguito proprio di un mio emendamento) il diritto dei sindaci di far parte dell’assemblea delle comunità, in aggiunta alla parte di assemblea costituita da consiglieri comunali eletti dai consigli comunali della valle, e che fosse un sindaco il presidente della comunità. Si voleva in questo modo che la comunità diventasse uno “strumento dei comuni” per gestire al meglio i servizi e per prendere decisioni politiche insieme. Non è stata quindi positiva, a mio avviso, la modifica legislativa approvata in questa legislatura che ha escluso i sindaci dall’assemblea e ha previsto l’elezione diretta dei presidenti e di parte dell’assemblea stessa. Questa modifica ha cambiato la natura stessa delle comunità: le ha trasformate, da strumenti inter-comunali di gestione e di decisione comune, in enti sovra-comunali con propria autonomia politica. Credo che ci sia questo errore alla base dell’indifferenza e della diffidenza verso il nuovo ente e spero che prima o poi venga corretto. Ma l’errore non annulla ciò che di buono c’è nella legge, né gli obiettivi che la stessa si era posta e che sono ancora oggi validi. Sono convinto che, se riusciamo a spiegarli bene alla gente, l’indifferenza e l’avversione potranno un po’ alla volta sparire.
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www.giuseppeparolari.it
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