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[Riforma istituzionale, intervento in aula] |
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8 febbraio 2006 - Intervento in aula del consigliere Parolari sulla riforma istituzionale
Non ho dubbi nel ritenere che, se siamo qui oggi a discutere della riforma istituzionale, è grazie al fatto che in questa aula siedono vari consiglieri che sono stati sindaci e che sono tra coloro che più hanno creduto nelle riforma.
Nel dire questo mi viene in mente quante volte abbiamo lanciato l’allarme. Quante volte abbiamo denunciato che l’autonomia comunale era soffocata dall’ingombrante Provincia la quale, proprio mentre rivendicava la propria autonomia dallo Stato, paradossalmente la negava continuamente ai Comuni. Quante volte abbiamo detto che, proprio per questa ragione, il vestito istituzionale della nostra Provincia autonoma, cucito 50 anni fa e modellato sulle esigenze di comunità periferiche bisognose di forte tutela provinciale, cominciava ad andare troppo stretto, a soffocare chi ci stava dentro, a mostrare crepe sempre più vistose e che doveva essere cambiato.
Un vestito istituzionale che poteva andare bene nei decenni passati, dal dopoguerra fino agli anni ’80, quando lo sviluppo economico, culturale, sociale delle valli e delle periferie del Trentino aveva bisogno di supporto centrale, di aiuto, di assistenza, ma che in seguito, con l’evoluzione e la crescita economica e culturale delle valli e delle periferie, era diventato poco alla volta logoro, vecchio, sfilacciato, da cambiare.
Quante volte abbiamo denunciato il disagio dei nostri Comuni rispetto al resto d’Italia. Comuni trentini che, se una volta erano in condizioni di povertà e di marginalità, poi sono cresciuti e con essi é cresciuta l’economia, l’organizzazione, la preparazione della classe dirigente e politica, la maturità, la capacità di fare da soli. Ma chi stava in questi palazzi non se ne accorgeva e ai lamenti delle periferie rispondeva tutt’al più allargando le braccia.
Erano anni in cui non serviva andare lontano. Bastava scendere sotto Borghetto per vedere che gli altri comuni italiani avevano poteri e competenze che quelli trentini nemmeno si sognavano di avere. Poteri e competenze che non avevano mai sfiorato i nostri comuni perché la Provincia autonoma se li teneva stretti per se, tanto è vero che la sola volta che aveva deciso di decentrarne alcuni, lo aveva fatto costruendo a sua immagine e somiglianza i comprensori per poter gestire meglio questi poteri. Ma non è nemmeno del tutto vero che la Provincia non abbia mai trasferito competenze ai Comuni perché, a dire la verità, una volta l’ha fatto: ha trasferito la competenza più rognosa, quella della polizia amministrativa, e lo ha fatto senza dare ai comuni né supporti né risorse, tanto da farla sembrare una punizione “Volete le competenze: prendetevele e imparate!”. I Comuni se lo ricordano ancora.
Nessuno può negare che l’autonomia speciale di cui godiamo abbia rappresentato per il Trentino una grande opportunità di sviluppo e di democrazia. Ci ha permesso di uscire dalle condizioni di marginalità economica e culturale, di povertà diffusa in cui viveva questa terra. Ha portato a tanti piccoli Comuni quella ricchezza che altrimenti non sarebbe arrivata. Ci ha dato la possibilità di convivere serenamente con il vicino Alto Adige e di far diventare esempio per il mondo intero il riconoscimento e la difesa delle minoranze etniche e linguistiche. Ma questa autonomia speciale ha rappresentato paradossalmente anche il maggiore ostacolo all’autonomia comunale.
Per decenni l’istituzione Provincia, onnipresente, prevaricante, asfissiante, ha deciso il bello e il cattivo tempo. Per decenni il presidente “re” e gli assessori “piccoli principi” hanno stabilito ciò che i nostri municipi potevano o non potevano fare, cosa finanziare e non finanziare, chi premiare e chi no, hanno programmato le priorità e il futuro stesso delle nostre comunità locali. Una mamma Provincia che, se all’inizio aveva accolto tra le sue accoglienti braccia i 223 Comuni trentini e li aveva fatti crescere distribuendo loro ricchezza e benessere, poco alla volta era diventata matrigna, una sorta di madre che, invecchiando, tendeva a imbrigliare, quasi a divorare, a fagocitare i propri figli anziché a insegnar loro a camminare da soli.
L’autonomia speciale del Trentino aveva quindi costruito un mostro: una Provincia che da una parte rivendicava coerentemente la propria autonomia nei confronti dello Stato, dall’altra in modo del tutto incoerente la negava ai comuni e avviliva continuamente i municipi fino ad arrivare a quella rappresentazione popolare, tanto vera quanto avvilente, del sindaco con il cappello in mano nell’anticamera dell’assessore di turno.
Ma non solo. Mamma Provincia si gonfiava sempre più, fino a scoppiare, strapiena di dipendenti che qualcosa dovevano pur fare: e allora avanti con nuove leggi, avanti con nuovi controlli che aumentavano sempre più la sofferenza dei Comuni i quali, se non avevano competenze né poteri, avevano però sempre più controlli da parte della Provincia e quindi la necessità di assumere sempre più personale per preparare sempre meglio le carte che passavano ai sempre più numerosi controlli della Provincia, la quale per svolgere sempre meglio quei controlli assumeva ancora nuove persone. Un giro vizioso che non finiva mai e che poteva sopravvivere solo perché l’autonomia garantiva i fondi necessari per sostenerlo.
Le cose finalmente hanno cominciato a cambiare. Il re è diventato nudo quando i Comuni trentini si sono accorti di essere diventati di seconda serie rispetto al resto d’Italia: autonomia zero, potere del tutto limitato, totale dipendenza economica dalla Provincia. Le cose hanno cominciato a cambiare negli anni ’90 quando furono fatte tre scelte fondamentali: la prima è stata l’elezione diretta dei sindaci, che ha dato maggiore potere contrattuale ai municipi e ai sindaci eletti direttamente dal popolo, nettamente superiore a quello dei loro predecessori; la seconda è stata la costruzione e l’approvazione dei nuovi statuti comunali, grazie ai quali i 223 Comuni hanno potuto riscoprire la storia della loro autonomia secolare, una storia fatta anche di battaglie combattute per difendere la propria autonomia e la cui rilettura ha risvegliato le coscienze di tanti amministratori, richiamandoli al loro ruolo; la terza, infine, è stata la conquista dell’autonomia finanziaria, con il superamento della logica dei contributi, con il riconoscimento che parte delle entrate provinciali era da considerarsi già in partenza risorsa propria dei Comuni, con la convinzione che non vi può essere rapporto paritario tra due diversi livelli istituzionali legittimati dal voto popolare, Provincia e Comuni, se tra questi due livelli vi è un rapporto di dipendenza economica.
Nel 1998 si stabilì così che ai comuni doveva essere trasferita annualmente parte delle entrate provinciali, in considerazione del fatto che questi fondi erano di proprietà comunale già nel momento stesso in cui uscivano dalle tasche dei cittadini. Non erano quindi della Provincia, che fino a quel momento li aveva elargiti con magnanimità tramite i contributi, ma già in partenza erano dei Comuni e la Provincia svolgeva, tutt’al più, il ruolo di sostituto d’imposta. Basta quindi ai contributi, che prevedevano un rapporto di dipendenza tra chi li erogava e chi li riceveva, e avanti invece con i trasferimento di fondi che i Comuni utilizzavano a seconda dei loro bisogni, pur nel rispetto degli indirizzi di “alta programmazione” della Provincia. L’autonomia finanziaria divenne a quel punto il gradino di partenza da cui tendere per assicurarsi l’autonomia politico-amministrativa.
In quel momento i comuni hanno cominciato a chiedere di essere liberati dalla forte tutela istituzionale, hanno cominciato a chiedere il trasferimento della titolarità delle funzioni che attengono allo sviluppo del loro territorio e delle loro comunità, funzioni primarie e non delegate, poteri originari e non derivati, un riequilibrio totale dei poteri e delle responsabilità verso il basso. All’obiezione che ciò non era possibile, stante la polverizzazione del sistema dei Comuni trentini, gli stessi hanno risposto distinguendo la titolarità dei poteri dalla forma della loro gestione.
Continuando a rifiutare, a chiare lettere, ogni ente intermedio di natura politica che non avrebbero fatto nient’altro che privarli di funzioni loro proprie, di risorse finanziarie e umane, i Comuni individuarono in quella fase, come soluzione migliore, le forme associative intercomunali, strutture con finalità esclusivamente gestionali, gli enti strumentali previsti cioè dai disegni di legge di riforma istituzionale di Bondi e di Pinter, nelle legislature XI e XII.
Se la parte economica della riforma istituzionale era fatta, doveva ora essere costruita quella che stabiliva nuove modalità organizzative e decisionali in grado di riequilibrare i poteri politici e amministrativi. La scelta iniziale, come detto, fu quella degli enti gestionali strumentali, consorzi o associazioni, che avrebbero dovuto avere il compito di mettere insieme le forze per gestire nei vari territori i servizi pubblici, affinché ogni cittadino del Trentino potesse utilizzare i migliori servizi al costo possibilmente più contenuto. E’ questa la ragione per cui i due disegni di legge avevano lo scopo limitato di costruire enti intercomunali di natura strumentale, con finalità di gestire servizi e di razionalizzare la spesa.
Ma nel frattempo nei nostri comuni, nelle nostre valli, cresceva qualcosa di nuovo, si muoveva un vento che cancellava le vecchie abitudini e che portava ad una nuova maturità. Montava la convinzione che bisognava utilizzare il momento della riforma istituzionale per riformare la stessa autonomia, per curare definitivamente l’ormai cronica malattia del Trentino, rappresentata dal rapporto malato tra Provincia e Comuni che ho descritto prima. Stava cioè montando la convinzione che questo momento era imperdibile, se si voleva veramente riequilibrare i poteri tra i due livelli legittimati dal voto popolare.
Diventava sempre più evidente la necessità di sostituire la vecchia visione Trento-centrica con la nuova visione di un Trentino policentrico, formato di poli urbani e di forti realtà di valle, in cui i Comuni potessero definire insieme obiettivi, priorità, strategie, potessero decidere il loro futuro senza dover attendere che fosse ancora la Provincia a dire loro quello che dovevano e non dovevano fare, quello che potevano o non potevano fare.
Ecco quindi che la voglia di riforma istituzionale andava assumendo sempre di più il significato di voglia di una vera e propria riforma dell’autonomia, strada maestra per liberare i comuni dalla pesante tutela provinciale e per aiutarli a vincere divisioni e campanili, che sono la causa principale della loro debolezza. Una debolezza che li aveva costretti per decenni a cercare protezione tra le braccia di una Provincia sempre più possessiva e gelosa.
Nel frattempo era successa però anche un’altra cosa importante: dopo l’elezione diretta dei sindaci, in molte zone si erano formate le giunte dei sindaci che avevano di fatto trasformato i comprensori in qualcosa di diverso da ciò che erano stati fino allora. Li avevano trasformati da enti politici sovracomunali in entri strumentali dei comuni, sede della gestione di servizi intercomunali ma anche di confronto politico, di crescita comune, di scelte condivise. Nelle giunte dei sindaci i comuni hanno cominciato a incontrasi per la prima volta, a ragionare insieme di progetti di zona, di sviluppo, di priorità degli investimenti, di coinvolgimento delle realtà economiche e sociali locali, di obiettivi sui quali indirizzare le risorse, di un progetto di sviluppo del Trentino fatto di tanti progetti costruiti nelle valli e nelle città, valle per valle, polo urbano per polo urbano.
La prima riforma istituzionale è stata quindi fatta sul campo ad opera dei sindaci, senza bisogno di leggi provinciali, nel momento stesso in cui hanno costruito le nuove giunte comprensoriali. E’ la ragione per cui quanto progettato nei disegni di legge Bondi e Pinter non bastava più. Non bastava più un ente strumentale di gestione di servizi che unisse i comuni attorno all’obiettivo di migliori servizi a costi contenuti, ma bisognava fare un altro passo, bisognava trovare un’area comune dove ogni valle potesse costruire insieme i propri progetti, in particolare l’urbanistica e lo sviluppo del territorio. C’era bisogno quindi di qualcosa che riuscisse ad andare oltre l’obiettivo di gestire servizi comuni, fino ad allora previsto, senza però diventare quell’ente politico intermedio che avrebbe privato i Comuni di poteri e li avrebbe fagocitati. Qualcosa che permettesse ai Comuni di ritrovarsi insieme a gestire servizi e a fare politica, senza rinunciare all’autonomia comunale.
Una via di mezzo quindi tra ente strumentale intercomunale ed ente politico sovracomunale, un’entità finora mai esistita. Ma che esiste nel disegno di legge che stiamo discutendo, il quale prevede una terza via: un ente strumentale intercomunale con valenza politica limitata, guidato da amministratori comunali.
Sono convinto, e per questa ragione sostengo questa legge, che con esso raggiungeremo lo scopo di dare ai comuni lo strumento per gestire insieme i servizi pubblici su territori di dimensioni adeguate, ma anche di decidere insieme progetti di valle e di programmare il loro futuro. Sono convinto che sarà l’occasione per passare dalla vecchia visione Trento-centrica alla nuova visione di un Trentino multicentrico, senza dover nulla togliere ai comuni, senza indebolirli ma anzi rafforzandoli con il trasferimento di competenze e di nuovi poteri da gestire insieme. Sarà l’occasione di svuotare la Provincia, in nome della sussidiarietà (non faccia quello che è più grande ciò che può fare quello che è più piccolo), di tanti compiti che non le competono e di assumersi invece quelli che realmente le competono, i grandi progetti e la programmazione. I Comuni avranno così poteri primari e sarà il momento in cui i sindaci forse la smetteranno di fare la fila davanti all'uscio dell’assessore di turno, perché autonomia e responsabilità sono due facce della stessa medaglia.
Cons. Giuseppe Parolariwww.giuseppeparolari.it
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