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 [La storia dell'Opera Romani di Nomi (TN)]          
OPERA ROMANI DI NOMI (TN) - CENNI STORICI
dal libro
“Opera Romani dei Comuni Fondatori di Nomi, Pomarolo e Volano.
80 anni di storia. Attività nel decennio 1978-1988. Situazione attuale”

di Giuseppe Parolari (con la collaborazione di Sergio Bianchi).
Edizioni Publiprint - 13 dicembre 1988.


“A chi viaggiatore che da Trento, si reca a Verona, approfittando della ferrovia, passata la stretta dei Murazzi, entra nella conca di Beseno, uno dei punti più pittoreschi della valle. E’ la porta della Vallagarina famosa pel suo marzemino, dolce e delizioso vino, frutto dei suoi aprichi colli. Guardando a destra dell’Adige, subito passata la stazione di Beseno, si presenta Nomi, steso a ventaglio, ai piedi della Bastornata e degradante giù fino alle sponde del fiume…Nomi ebbe parecchi cittadini che onorarono il paese … ma le famiglie, che spiccarono senza confronto, sono la nobile famiglia dei Moll …. e la famiglia Romani, che ideò e fondò la Pia Opera”. Così ha inizio la cronistoria della fondazione e dei primi anni di vita dell’Opera Romani di don Giuseppe Calovi, allora parroco di Nomi e primo presidente dell’Opera. E' da quella cronistoria, da uno scritto di don Adolfo Spalt, anch'egli parroco di Nomi; dagli appunti di Guido Battistotti, direttore dal 1950 al 1985; dalla vivace memoria di suor Angelica all’Opera dal 1942; dalla consultazione di documenti conservati presso l’Ente, con la collaborazione di Celina Delaiti, che sono state tratte le principali informazioni per questi cenni storici.


Fondazione e primi anni di vita
L’Opera Romani è nata per iniziativa di un ricco industriale e commerciante di Nomi, Domenico Romani figlio di Lorenzo. Domenico morì nel 1880 e lasciò ai due figli, Annibale e Attilio, un testamento in cui esprimeva la volontà che, se non avessero avuto eredi, il patrimonio avrebbe dovuto essere impiegato per fondare un’opera di pubblica beneficenza.
Il figlio Annibale lo seguì nel 1903, lasciando confermata la disposizione paterna. Attilio, erede unico, fedele alla volontà dei suoi, insieme ai Comuni di Nomi, Pomarolo e Volano, iniziò nel 1906 le pratiche amministrative per dare vita al primo nucleo dell’Ospedale Ricovero. I tre Comuni fondatori furono da lui scelti perché entravano per varie ragioni in rapporto con la sua famiglia: Pomarolo perché la famiglia Romani si era trasferita a Nomi da quel paese più di cento anni prima, Volano perché la madre di Attilio vi era nata, Nomi perché comune di residenza e in cui aveva l’industria.
La costruzione dell’Ospedale Ricovero Romani ebbe inizio nel 1909-1910 (lo Statuto del 1930 riporta il 1909 come data di inizio della costruzione; don Calovi nella sua cronistoria narra che la prima pietra fu posta il 10 luglio 1910) su un terreno della famiglia de Moll. Vi lavorò soprattutto mano d’opera locale e le principali opere murarie vennero ultimate nel 1914. Il ricavato della vendita del terreno andò per volere del barone Francesco de Moll a favore dei poveri di Nomi degenti nell’Ospedale Ricovero Romani.
Scopo iniziale della costruzione fu quello di ospitare un ospedale-ricovero per l’assistenza dei censiti di Nomi, Pomarolo, Volano e successivamente, vista la grandezza dell’opera, anche degli altri Comuni limitrofi.
Il primo Consiglio di Amministrazione venne costituito nel 1908, in base alla Tavola di fondazione sottoscritta dai tre Comuni fondatori nel 1906. Tale accordo prevedeva che il Consiglio di Amministrazione dell’Opera Romani fosse composto da 6 membri: il parroco pro tempore di Nomi, presidente di diritto; due membri nominati dallo stesso tra le persone probe ed intelligenti di Nomi; gli altri tre membri eletti uno per ciascuno dalle Rappresentanze comunali di Nomi, Pomarolo, Volano. A parità di voti era decisivo quello del presidente. Primo presidente fu don Giuseppe Calovi, parroco di Nomi, che ricoprì la carica per molti anni fino al 1931. Lo Statuto sottofirmato nel 1914 confermò la stessa composizione del Consiglio di amministrazione indicata nella Tavola di fondazione.
Nel 1916 la costruzione, non ancora ultimata, fu requisita dall’autorità militare austriaca e in essa fu adattato un ospedale che accolse fino a 700 feriti e malati. Utilizzato successivamente dalla sanità italiana, l’ospedale da campo rimase affollato anche dopo la guerra a causa di una epidemia di spagnola che fece molte vittime tra militari e civili.
Trasferito l’ospedale militare, la fondazione poté iniziare la sua opera di infermeria mista, ospedale civile e ricovero, solo nel 1920, data questa che segna il vero inizio dell’attività assistenziale. In quell’anno fu assunto il primo direttore amministrativo nella persona di Gino Perghem, che rimase presso l’Opera fino al 1950. Dopo l’assunzione dei primi due dipendenti, nel 1921 arrivò la prima religiosa dell’Ordine delle Sorelle della Misericordia di Verona. Da quel momento, la collaborazione con il personale religioso dell’ordine fu costante nel tempo, fino ai giorni nostri, e da sempre molto preziosa per l’Opera Romani e per gli anziani ospiti.
Nel 1923 ebbe inizio la collaborazione con l’ospedale psichiatrico di Pergine.
Nel 1924 fu portata a termine la costruzione del palazzo principale.
Il numero dei ricoverati, dai sette iniziali del 1920, andò negli anni seguenti progressivamente aumentando, per il fatto che divennero sempre più frequenti le domande di accoglienza. Il personale addetto passò gradualmente dalle 2 unità del 1920 alle 10 del 1925 fino alle 28 del 1930 (di cui 10 religiose).

Periodo 1930-1950
Secondo la proposta del Ministero, nel 1930 fu approvato il nuovo Statuto che fissava una composizione del Consiglio di amministrazione diversa da quella prevista nella Tavola di fondazione. Il particolare il Consiglio risultò composto da cinque membri: il parroco pro tempore di Nomi, non più presidente ma componente di diritto, due consiglieri nominati dal podestà di Nomi e uno per ciascuno rispettivamente dai podestà di Pomarolo e di Volano. Il presidente veniva nominato dal prefetto tra i cinque consiglieri.
Il primo presidente laico risultò così Liberato Vinotti, collaboratore e amico da molto tempo della famiglia Romani, che rimase in carica dal 1931 al 1937. Lo seguirono Mario Grigoletti (1937-41), Carlo Battistotti (1941-45) e, infine, Cornelio Delaiti (1945-50) che ricoprì anche successivamente, per molti anni, la carica di consigliere e vicepresidente.
Nel frattempo il numero dei ricoverati andò ancora più aumentando fino ad arrivare nel periodo 1933-39 a 250 presenze medie, con punta massima di 284 nel 1934. Solo la presenza di grandi camerate comuni poteva permettere di alloggiare un così alto numero di persone in n unico palazzo.
Circa la metà proveniva da Pergine. Infatti, come già accennato, all’attività di infermeria mista si era affiancata fin dal 1923 quella di collaborazione (colonia agricola) con l’ospedale psichiatrico di Pergine per l’accoglienza di malati provenienti da quella struttura, un’attività che si sviluppò per ben 22 anni e che ha lasciato un segno profondo nella credenza popolare, non del tutto cancellato ancora oggi, che Nomi fosse sede di un ospedale psichiatrico.
Il numero medio del personale addetto, tra gli anni 30 e 40, era di 43 unità (29 laici e 14 religiose) con punta massima di 55 unità (38 laici e 17 suore) nel 1938.
Verso la fine della seconda guerra mondiale, nei primi mesi del 1945, ebbe fine la collaborazione con Pergine. Gli ospiti provenienti da quella struttura furono infatti alloggiati altrove a causa della vicinanza dell’Ospedale Ricovero Romani ad obiettivi strategici, oggetto di bombardamenti che potevano mettere a repentaglio l’incolumità delle persone presenti, mentre continuò l’attività di ricovero per anziani e bisognosi e di ospedale per persone con malattie non gravi o bisognose di operazioni chirurgiche non complesse. Nella Casa rimasero non più di 80 ricoverati.
Nel periodo immediatamente successivo alla guerra, il C.L.N. intimò alla direzione di abbandonare la carica. In due anni si susseguirono tre diversi direttori, finché nel 1947 tornò a ricoprire le funzioni Gino Perghem. Intanto il numero dei ricoverati era andato via via aumentando. Già nel 1947 infatti gli ospiti erano 135, seguiti da 20 operatori (dei quali 7 suore).

Periodo 1950-1970
Essendo stato ripristinato nel 1949, con delibera dell’Ente, lo Statuto originario (Tavola di fondazione) che prevedeva un Consiglio composto da sei membri, con il parroco di Nomi presidente di diritto, il nuovo presidente fu dal 1950 don Adolfo Spalt, che rimase in carica fino al 1957. Lo seguì, per un lungo periodo di tempo, don Agostino Della Pietra (1957-71). Il posto di direttore amministrativo era stato intanto ricoperto, nel 1950, da Guido Battistotti che continuò a svolgere tale funzione per 35 anni, fino al 1985.
Nel 1953 iniziò ad operare l’istituto medico pedagogico regionale che aveva per scopo “l’educazione di fanciulli anormali psichici, dell’intelligenza e del carattere “recuperabili”, di età compresa tra i 6 e i 15 anni”, con annessa scuola elementare speciale mirata al recupero, all’addestramento lavorativo, al reinserimento. In un primo tempo l’accoglienza fu riservata solo ai maschi, ma nel 1959 fu aperto anche un reparto femminile. Reggeva l’Istituto il medesimo Consiglio di amministrazione che già dirigeva a amministrava l’Ospedale Ricovero Romani.
Continuò nel frattempo ininterrotta l’attività di ricovero e assistenza degli anziani. Fu appunto nella casa di riposo, ben distinta dall’istituto medico pedagogico, che si verificò nel 1964 l’incresciosa vicenda dei tre avvelenamenti (due dei quali mortali) che portò l’Ospedale Ricovero Romani sulle pagine dei giornali anche nazionali. L’autore di questi avvelenamenti a base di anticrittogamici non fu mai scoperto, nonostante l’opera degli inquirenti. La vita nella Casa ritornò normale con l’allontanamento di sei ricoverati sospetti.
Nel corso di questo ventennio, al palazzo principale si affiancarono altre tre costruzioni: quella che oggi viene chiamata “palazzina” costruita ex novo nel 1956, la “casa ex Delaiti” acquistata e ristrutturata nel 1959, la nuova cappella-teatro eretta nel 1962. Vennero inoltre eseguiti lavori di ristrutturazione di reparti per i fanciulli dell’istituto medico pedagogico, la costruzione della nuova portineria (1964) e la ristrutturazione dei quattro appartamenti della casa Romani (1968), lasciata in eredità all’Opera dal Fondatore.
Per quanto riguarda gli ospiti, dopo il calo conseguente alla seconda guerra mondiale, con l’apertura dell’istituto medico pedagogico il loro numero era nel frattempo risalito. La media nel ventennio 1950-70 fu di 270 presenze (145 nel ricovero per anziani e 125 nell’istituto medico pedagogico) con punta massima nel 1967 di 315 (150 anziani e 165 ragazzi).
Anche il numero dei dipendenti subì notevoli variazioni nel periodo, portandosi dai 18 addetti del 1950 ai 59 del 1970 (presenza media di 6-7 religiose).

Periodo 1970-1988
Nel 1971 fu deliberata l’ultima modifica statutaria, approvata dalla Giunta regionale nel 1972. Essa prevedeva la seguente composizione del Consiglio tuttora valida: cinque membri, uno di nomina dell’Eca di Nomi, uno nominato dal Consiglio comunale di Nomi, uno dal Consiglio comunale di Pomarolo, uno dal Consiglio comunale di Volano, il parroco pro tempore di Nomi membro di diritto. I membri durano in carica cinque anni ed eleggono al loro interno il presidente.
Don Carlo Cecco, parroco di Nomi, che rimase in carica quale presidente di diritto per breve tempo (1971-72), lasciò quindi il posto al maestro Gioacchino Raffaelli, primo presidente eletto direttamente dal Consiglio, che ricoprì la carica per poco più di cinque anni, seguito poi nel 1978 dal dottor Giuseppe Parolari.
Nel 1974, grazie alla generosità della signora Ada Vinotti (figlia di Liberato, primo presidente laico) che, con il marito Alverio Raffaelli, fece dono della antica villa di famiglia con giardino, ristrutturata dall’Ente in miniappartamenti per anziani autosufficienti, l’Opera Romani poté iniziare l’accoglienza anche nella nuova “Casa Albergo Vinotti”.
Chiusa nel 1975 l’attività dell’istituto medico pedagogico, per cambiamento della politica assistenziale nei confronti dei ragazzi portatori di handicap, con l’inserimento graduale degli stessi nelle scuole normali, ebbe vita nel 1976-77 per soli sette mesi un centro comprensoriale per l’assistenza di handicappati gravi.
Dal 1977 in poi l’Opera Romani si è dedicata esclusivamente all’accoglienza e all’assistenza di persone prevalentemente anziane bisognose, proponendo e adottando scelte e decisioni tali da renderla per molti aspetti un punto di riferimento per le altre case di riposo della provincia di Trento.
Questo periodo ha visto la ristrutturazione di gran parte degli stabili e degli spazi esterni, dal palazzo principale (completo rifacimento del secondo piano, modifiche del piano rialzato, seminterrato, parco), alla palazzina (trasformazione in appartamenti per gli ospiti), alla Casa Albergo Vinotti (interventi nella casa e nel parco), infine alla Casa Romani (trasformazione del sottotetto in tre appartamenti).
Nel 1985 è diventato nuovo direttore amministrativo dell’Opera Romani il ragioniere Sergio Bianchi, già vicedirettore della Casa di Soggiorno di Rovereto.
Nel 1986 la “casa ex Delaiti”, inutilizzata da qualche anno, è stata assegnata in affitto per una cifra simbolica al C.T.S. (Centro Trentino di Solidarietà) per l’accoglienza e il recupero di giovani ex tossicodipendenti (presenza di circa 25 giovani).
Ultimata l’attività dell’istituto medico pedagogico e del centro comprensoriale per l’assistenza di handicappati gravi, nella seconda metà del 1977 erano presenti 173 anziani e 75 operatori (di cui 7 religiose). La presenza media nell’ultimo decennio è stata di 180 ospiti (minimo 170, massimo 190) e 88 addetti (75 nel 1978, 107 nel 1988) comprese cinque religiose.
I posti letto nel 1988 sono complessivamente 203, suddivisi in 114 stanze (57 singole, 31 a due letti, 21 a tre letti, 4 a quattro letti, 1 a cinque letti).

Dott. Giuseppe Parolari - Dicembre 1988

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