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 [Eugenio Pellegrini contro "'O ministro"]          
8 dicembre 2006 - Quotidiano "l'Adige" -

Giuseppe Parolari consigliere provinciale dei Ds «Piena solidarietà ad un uomo coraggioso»

Giuseppe Parolari, consigliere provinciale della Sinistra democratica e riformsita, è il primo politico che ha deciso di prendere carta e penna e commentare la sentenza della corte d'appello di Napoli. Parolari, tra l'altro, ha scelto di schierarsi dalla parte di Eugenio Pellegrini e di testimoniare pubblicamente la propria solidarietà al giornalista ed editore roveretano, caduto in disgrazia dopo l'incendio che nella notte tra il 10 e l'11 settembre 1994 ha bruciato per sempre la casa editrice Publiprint.
«Quindici anni fa, in tempi non sospetti, prima ancora che si sentisse parlare di mani pulite, - scrive il consigliere diessino - c'era chi non aveva timore a criticare i potenti: una piccola casa editrice di Trento, la Publiprint, e un piccolo ma coraggioso editore, Eugenio Pellegrini, sfornavano libri su libri di denuncia del malaffare italiano. Uno di quei libri si intitolava "'O Ministro", parlava dell'allora potente ministro democristiano di origine napoletane Cirino Pomicino e dei suoi possibili intrallazzi. Ora, a distanza di quindici anni, il processo di appello che si è svolto a Napoli ha visto condannare il piccolo ma coraggioso ex editore che ora dovrà pagare al potente ex ministro napoletano quanto dallo stesso richiesto nel procedimento giudiziario. La giustizia ha sempre ragione, ma è ben triste vedere che chi allora si era sforzato di moralizzare la società oggi viene bastonato, mentre chi allora era considerato, a torto o a ragione, colluso con la camorra è oggi parlamentare europeo. Questa mia presa di posizione forse non conta nulla: sappia però, Eugenio Pellegrini, che non tutti si sono scordati di lui e del suo coraggio».


Pellegrini deve 6 milioni a Cirino Pomicino - L'ex editore e giornalista ha perso la causa in appello: all'ex ministro ora spetta un maxi risarcimento danni
di NICOLA GUARNIERI

Alle mazzate pensava di averci fatto il callo, di avere spalle larghe e schiena dritta in grado di sopportare legnate degne del peggior girone infernale. All'ultima batosta, però, proprio non ci pensava. Se n'era scordato, lui come tutti noi del resto.
La nuova grana per il giornalista Eugenio Pellegrini è arrivata dritta dritta da Napoli. L'ex ministro democristiano al Bilancio Paolo Cirino Pomicino - indagato, processato e condannato per tangenti in quel filone giudiziario che smantellò la cosiddetta Prima Repubblica negli anni Novanta - ha vinto in appello la causa civile intentata contro il piccolo editore. I giudici partenopei hanno accolto la richiesta di risarcimento per i danni di immagine patiti dal potente politico napoletano a causa del libro «'O Ministro», edito nel 1991 dalla Publiprint di Pellegrini.
Si tratta, udite bene, di quasi sei milioni di euro, undici miliardi di vecchie lire che con la rivalutazione degli interessi potrebbero diventare venti. Una botta, questa, che ferisce prima di tutto moralmente. Anche perché, dopo le vicissitudini degli ultimi anni, al giornalista roveretano si potrebbe forse forse pignorare un lombrico che, per bello e sano che sia, mai sarà valutato sei milioni di euro.
In verità, da qualche parte il buon Eugenio dovrebbe custodire ancora la macchina lancia canederli realizzata durante l'inchiesta per il tentato golpe alle Isole Comore. Forse a Geronimo - questo lo pseudonimo di Cirino Pomicino - potrebbe bastare per chiudere definitivamente una causa che va avanti da quasi quindici anni.
La Publiprint - la coraggiosa casa editrice fondata da Pellegrini e fallita con un buco da 2 miliardi 800 milioni di vecchie lire - tra gli anni Ottanta e Novanta ha pubblicato e distribuito libri di denuncia che, ironia della sorte, hanno avuto nel tempo la conferma di quanto scritto. Mani Pulite e magheggi prezzolati dei protagonisti della più brutta pagina di politica italica sono passati per le pagine feroci, ma vere, di quanto pubblicato dall'editore lagarino. Compreso, quindi, «'O Ministro», un volume scritto dai giornalisti del mensile «La Voce della Campania» Andrea Cinquegrani, Enrico Fierro e Rita Pennarola.
Il libro riferiva la cosiddetta «Pomicino Story» narrando malefatte vere o presunte di colui che, all'epoca, era uno dei personaggi più potenti di Napoli. L'allora ministro - poi trascinato nel vortice di tangentopoli e condannato in via definitiva ad un anno otto mesi per finanziamento illecito (tangente Enimont) e a due mesi per corruzione per i fondi neri Eni, amenità in voga in quel tempo - si sentì diffamato e, pesando la sua immagine pubblica, spedì un atto di citazione all'editore che era pure direttore responsabile della collana «Libri in libertà» di Publiprint.
In primo grado, il giudice del tribunale civile del capoluogo campano rigettò la pesante richiesta di risarcimento dei danni, quantificata dal politico in undici miliardi di lire. I tempi della giustizia, in Italia, sono biblici e così, quando Cirino Pomicino ha deciso di ricorrere in appello, tutti si sono dimenticati della questione, convinti che l'ex ministro avesse desistito dal continuare la tenzone legale. Invece si è arrivati ad oggi, con la corte di secondo grado che ha dato ragione all'esponente della Dc riconoscendogli il diritto di incassare i sei milioni di euro.
Il 67enne medico partenopeo, tra l'altro, dopo il passaggio del ciclone Mani Pulite è ritornato in politica nel 2004 riuscendo a farsi eleggere eurodeputato con l'Udeur dell'attuale ministro di grazia e giustizia Clemente Mastella. La nuova vita in Transatlantico, tra l'altro, gli ha riservato altre belle sorprese: lo scorso maggio è stato infatti eletto deputato della Repubblica con la lista unitaria Dc-Nuovo Psi di Gianfranco Rotondi. Alla Camera è ora capogruppo ed ha abbandonato il seggio al parlamento europeo per occuparsi della politica italiana.
E come ringraziamento la Casa delle Libertà l'ha voluto inserire nella commissione parlamentare antimafia. Laconico il commento di Eugenio Pellegrini: «Tra il primo e il secondo grado della causa io sono caduto in disgrazia, lui è tornato in auge politicamente».

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