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 [Un giorno come loro] Spedite questo articolo ai Vostri amicistampa 
17 Dicembre 2006 -

di Alessio Parolari

Mi sono spinto sin la dove, non dico Dio, ma nemmeno la TIM (Brasile) é mai giunta.
Un posto dimenticato da tutti o forse mai scoperto.
Insomma, in questi luoghi non si può dire che la gente se la passi proprio bene ma non mi sento nemmeno di affermare che la povertà, quella che mi é capitato di vedere e conoscere in Bahia (lo Stato in assoluto piú scassato del Brasile che sino ad ora ho visitato) dilaghi. Forse é meglio dire, per chiarezza ed onor del vero, che per alcuni (ampi) tratti (in termini di estensione geografica) la società capitalistica e la sua organizzazione non siano mai giunte fin quassú (in là, per voi, si veda comunque la cartina), dove la gente vive in case dislocate lungo una strada che chiamarla tale é un complimento, interrate ed insabbiate, perse nella loro dimensione, nei loro ritmi che ricordano i racconti di secoli passati. Case in cui la natura, con l’aiuto dell’uomo, cerca di donare vita crescendo nella sabbia e nella terra dura che ricorda i racconti di Carlo Levi in Cristo si é fermato ad Eboli.
Cercare di mettere assieme i cocci di questo viaggio, durato 12 ore che sono parse una vita, da Jericoacoara (Pará) a Tutoia (Maranhao) passando per lo stato del Piaui, non é certo un’opera semplice.
Forse faccio meglio a riscrivere alcuni pensieri ed appunti presi durante le lunghe ore del mio tragitto, iniziato nel cassone di una Toyota alle sei di mattina lungo il litorale verso nord, passando per balze, ponti sconnessi, dune di sabbia e paesi spettrali e conclusosi alle 8 di sera in un autobus di linea che correva verso “casa”, incontro al buio della notte, carico di indigeni vestiti a festa, fermando ogni metro e sfrecciando poi ogni qualvolta nessuna sosta ne interrompeva la corsa.

Jericoacoara (Ceará) – Camoncim (Ceará)

Tra queste strade sterrate che arrivano sino al cuore nascosto della città si spinge la jeep guidata dall’amico di Carlinho.
Serie di case si affacciano su strade di sabbia, dai colori vari, quasi bahiani. Una serie infinita di visini sbucano dalle finestre rendendo il paesaggio delicato. Sembra quasi che le case siano animate. La vita qui cresce, senza troppe speranze e pretese ma cresce. I bambini sono ovunque, che saltano, si muovono.
Nell’immagine che si proietta davanti a me c’é dignità e bellezza. Ci sono le case, ci sono i figli piccolini con le nonne anziane, il che mi fa pensare che i genitori siano al lavoro. Ricordi dei racconti dei nonni. Mi viene da sorridere.

Camoncim (Ceará) – Parnaíba (Piauí)

Letti di vita trasformati in letti di morte dal sole tropicale esprimono perfettamente l’inospitabilità di questi luoghi allo sviluppo della vita umana.
Strade rette che tagliano nel mezzo una foresta bassa di arbusti rinsecchiti e piccoli cespugli. La terra é secca, tende alla sabbia, a tratti lascia spazio alla sabbia stessa e alle dune rade.
Tutto attende, sull’orlo del baratro, l’arrivo imminente delle stagioni delle piogge.
Mentre il pullman prosegue, le vecchiette dalla voce squillante continuano il loro discorso. C’é un tono di benessere e di leggerezza nella loro voce, si legge la pace e la tranquillità di chi é vissuto sempre lontano dal nostro mondo, nel proprio micromomento che é un globo stesso, in questa parte di Brasile che assomiglia tanto all’Africa.
Vicino a me una ragazza morena, seria, dolce e carina che torna al suo paese per il weekend per salutare il fidanzato. Mi racconta della sua esperienza, del suo paese, del suo stato (Piauí). A volte si ferma, per alcuni lunghi momenti, e fissa dal finestrino il paesaggio che scorre. Si perde nei suoi pensieri che probabilmente l’accarezzano e sventagliano come l’aria infuocata che entra dai finestrini aperti sventaglia il mio ciuffo, lasciandomi intontito, sospeso, un po’ estraneo, fuori da me, immerso nel silenzio che avvolge le voci delle vecchiette.
Due vecchi vicino a me tacciono, sono saliti da poco. La donna, minuta, dalla pelle bruciata dal sole ed il foulard azzurro in testa riposa mentre il marito l’abbraccia, quasi a difenderla, fumandosi lentamente una sigaretta che calza perfettamente quelle mani nere, ruvide e magre. Si vede che, dopo tutto, ancora, in quest’ambiente non si trovano a loro agio.
Mi colpisce comunque la donna. I colori che porta le stanno divinamente: azzurro il foulard, verde acceso la camicetta. Sembra una ragazzina. Le sue unghie tinte ma rotte non lasciano dubbi sulla vita e le origini.
Ora giunge il deserto. Le foreste lasciano spazio, per l’ennesima volta, alla sabbia. La strada é diventata tortuosa e dissestata. Il pulmino sbanda, accelera e si ferma scosso dal vento e dalle buche che incontra, ma tutti sembrano essere abituati a questo viaggiare.
C’é pace e tranquillità in tutto questo. Si tratta di una tranquillità strana, di quella stranezza che si vede da queste parti quando incontri qualche vacca che pascola nel deserto o qualche barca arenata nella sabbia, lontana dal mare.
Fisso la ragazza vicino a me e penso che le donne del nord sono proprio belle e un po’ selvagge. Con questa carnagione morena e gli occhi scuri, intensi che si perdono nel bianco dell’orbita, luccicando. Sembrano occhi felini. Sono occhi che quando ti fissano ti entrano dentro.
La voce soave e lenta, tipicamente nordestina, l’uso del tu invece che del você, queste labbra grosse ma ancora delicate sembrano riassumere il meglio del bianco e del nero.
I seni, sempre perfetti, nascosti dietro maglie aderenti, sembrano esprimere al meglio l’essenza della femminilità e della fertilità.

Parnaíba (Piauí) - Tutoia (Maranhão)

Il pulmino mi ha lasciato al porto di questa città che si affaccia sul Rio che scorre lento dall’acqua scura e limacciosa, circondato dalle piante verdi, quasi giungla.
Con mio disappunto risalire il fiume con una barca é impossibile. I pescatori locali, vedendo il gringo, cercano di ottenere somme esorbitanti e non si lasciano convincere da nessuna negoziazione. Non mi resta, quindi, che entrare nell’agenzia e comperare il passaggio dell’autobus che in due ore lascerà la città, carico di gente assiepata, verso i paesini dell’interno e la penultima tappa che mi separa da lençóis: Tutoia.
Incontro Julio, un ragazzo quarantenne grasso e pacioccone che, vedendomi all’avventura con un trolly ed uno zaino, probabilmente si intenerisce. Decide di darmi ospitalità: posso lasciare la borsa all’agenzia e lui in moto mi accompagna alla “rodoviária” e al ristorante. Affare fatto. Sto morendo di fame.
Le due ore con Julio passano piacevoli ed é già ora di salire a bordo del Continental, un vecchio pullman impolverato dai sedili stracciati e le persone assiepate all'interno. Inizia il mio viaggio verso l’ignoto ed il nulla.
Appena l’autobus imbocca la strada sterrata, nel mezzo assoluto del nulla, mi domando se questo posto dimenticato dalla TIM, da Dio e dalla civiltà come la conosciamo, i Portoghesi se lo siano mai cagato..
Il pullman passa e ferma ogni 100 metri per lasciare i molti che per necessità si sono avventurati in città e fanno, all’imbrunire, ritorno a casa, in queste case impolverate che si mimetizzano perfettamente nell’ambiente circostante.
Domando ad una ragazzina di farmi una foto ricordo. Non sanno fare foto. Impacciata impugna la mia macchinetta e fissandomi negli occhi terrorizzata preme mille pulsanti eccetto quello corretto. Comunque la foto esce, peccato che capire che il soggetto in questione sia io é impossibile. Ringrazio. Sorrido. Le parlo. Ovviamente non ci capiamo ed io temo di aver già dimenticato il portoghese, quindi torno a fissare il finestrino.
Greggi, dico greggi, di maialini neri nella sabbia rossa intervallano le poche case dislocate lungo il percorso. Mi domando cosa accada e come si viva in queste case.
Passa il tempo e penso. Penso che cerchiamo gli alieni ma forse io li ho trovati, o loro hanno trovato me. Fatto sta che due forme di vita “aliene” si sono incontrate.

Un giorno d’avventura, in cui si coglie che viaggiare vuol dire mettersi in moto, ed il moto vale piú del fine. Viaggiare é gustarsi il viaggio stesso. Lo scorrere delle cose davanti ai propri occhi, cercando di esserne parte o, quanto meno, di esserne il meno estraneo possibile.

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