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[Il reddito minimo di cittadinanza, intervento] |
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20 marzo 2008 - Dal giornale "Trentino" del 20.03.2008:
Il reddito minimo di cittadinanza:
un progetto sperimentale per il "laboratorio" del Trentino
di Giuseppe Parolari *)
Perché il reddito minimo di cittadinanza in provincia di Trento? L’Istat ci dice che il 50 per cento delle famiglie italiane vive con meno di 1.900 euro al mese, che il netto mediamente percepito per famiglia è di 2.300 euro, che il 61 per cento delle famiglie ha entrate inferiori all’importo medio a causa della forte disuguaglianza della distribuzione dei redditi.
Sempre secondo l’Istat, la spesa media mensile che rappresenta la soglia di povertà per una famiglia di due componenti è di 970 euro, di 582 euro per le famiglie con un solo componente, di 1.290 per quelle con tre e così via. Le famiglie italiane in situazioni di povertà relativa sono complessivamente 2 milioni e 623 mila, l'11,1% del totale.
Sono dati che trovano varie ragioni, la principale è la disoccupazione. Una disoccupazione, quella italiana, dai mille volti: il volto antico e strutturale dei senza lavoro di lunga durata, quello di genere che vede concentrarsi soprattutto nelle donne i senza lavoro in particolare nel sud, il volto dei giovani del sud (5 su 10 sono alla ricerca del primo lavoro) e quello degli adulti del nord espulsi dal lavoro, il volto degli immigrati ancora poco indagato perché mescolato al lavoro nero dell’economia sommersa e quello, infine, dei lavori atipici e discontinui che, cresciuti a dismisura e in modo talvolta spregiudicato, quando si interrompono causano anch’essi disoccupazione. Per i giovani alla disoccupazione si aggiunge quindi l’instabilità del rapporto di lavoro e si incrementa la schiera dei precari, dei marginali, dei disoccupati occulti.
Per contro il sistema di protezione sociale non si è evoluto, è rimasto statico, fortemente squilibrato a favore di chi è già garantito, molto debole invece nei confronti dei giovani e di chi non ha lavoro perché escluso dal mondo della produzione, di chi insomma garantito non è. Un sistema inadeguato a contrastare il fenomeno delle sempre più numerose persone che cadono in condizioni di indigenza per la mancanza di lavoro, incapace di far sì che chi è a rischio di povertà possa vivere le trasformazioni economiche in atto in modo meno traumatico. Ecco perché l’Italia, oltre alla riforma degli ammortizzatori sociali, necessita di uno strumento di lotta contro le nuove e le vecchie povertà non limitato ad alcune categorie ma disponibile per tutti coloro che si trovano in condizioni di necessità: ha bisogno cioè del “reddito minimo di cittadinanza”, già esistente anche se in forme diverse in vari paesi dell’Unione Europea a 15.
In Trentino la situazione è migliore, i tassi di disoccupazione e di povertà sono la metà del resto d’Italia, l’indice di disuguaglianza è il più basso in assoluto, c’è maggiore giustizia sociale, ma sono comunque 7 mila i disoccupati e 11 mila le famiglie che in Trentino vivono nella fascia Istat di povertà relativa. Anche qui bisogna perciò intervenire ed è la ragione della presentazione del disegno di legge “Istituzione del reddito minimo di cittadinanza in provincia di Trento”: 8 mila euro annui, non tassabili, aumentati del 20 per cento per ogni familiare a carico, che vanno a tutti coloro che giovani o meno giovani sono in attesa di lavoro, iscritti nelle liste del collocamento ordinario, che non rifiutano i posti assegnati, che non hanno entrate adeguate e appartengono a famiglie con indice Icef basso, che si rendono disponibili a svolgere corsi di formazione professionale o lavori socialmente utili. Non solo disoccupati quindi, ma anche coloro che svolgono lavoro a tempo parziale, precario, sottopagato o che hanno forme di sottoccupazione.
Il reddito minimo è uno strumento che garantisce un’entrata economica che dia dignità alla vita, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà come quelli in cui si cerca lavoro per la prima volta o in cui comunque si è senza lavoro e non può intervenire l’indennità di disoccupazione. Perché ogni persona ha diritto, quando è giovane e quando più avanti negli anni viene espulso dalla produzione, a cercarsi un lavoro utilizzando forme di sostegno che gli permettano di vivere dignitosamente, di avere un’attesa non angosciante, di non sprofondare nella povertà e nell’esclusione sociale: con il reddito minimo di cittadinanza ciò è possibile, con meno dell’1% del bilancio provinciale sono migliaia le persone che possono uscire dalla povertà e dall’emarginazione.
Una proposta quindi specificatamente rivolta a contrastare il rischio di esclusione ed a costituire l’anello che chiude in basso la rete di protezione sociale. Una norma di civiltà, non una forma di assistenza o di dispensa dal lavoro ma qualcosa che invece rafforza e consolida il diritto al lavoro. Un progetto sperimentale da verificare sul campo e poi esportare, rinforzando l’immagine di un Trentino laboratorio grazie alla propria autonomia.
*) (consigliere Sdr)
Vedi il disegno di legge n. 296/XIII
www.giuseppeparolari.it
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