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30 aprile 2008
Gruppo consiliare Sinistra democratica e riformista del Trentino per l’Ulivo
Trento, 30 aprile 2008
Egregio Signore
Dott. Dario Pallaoro
Presidente del Consiglio provinciale
SEDE
Proposta di mozione n. 590
“Aiutiamo i disabili che vivono da soli”
Giuseppe e Daniel sono due persone disabili che vogliono difendere il loro diritto di vivere da soli. Sono casi emblematici, rappresentativi di varie altre persone che si trovano nelle loro stesse condizioni.
Giuseppe ha 66 anni, abita a Rovereto, la disabilità che lo accompagna dalla nascita, aggravata ad un certo punto della vita da una terapia sbagliata, lo costringe ad ampi movimenti involontari per qualsiasi cosa egli faccia, anche semplicemente per dire una parola. Ma è un tipo che non s’arrende, non demorde, sempre pronto a combattere perché i disabili possano avere uguali opportunità degli altri, quelle opportunità che lui ha sempre cercato a partire dal lavoro: ha lavorato infatti in un’azienda industriale fino ad alcuni anni fa, quando si è ritirato per godersi la meritata pensione. Le uguali opportunità le ha cercate anche con le continue rivendicazioni, attraverso la stampa in particolare, di maggiore dignità e di maggior rispetto nei confronti dell’handicap, di migliori strutture e servizi, insomma “nessuna pietà ma diritti!”
Non è autosufficiente, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti nelle faccende domestiche, di qualcuno che lo accompagni per andare da qualsiasi parte. Per fare tutto ciò che gli altri fanno con un semplice gesto lui ha bisogno di tempo, fatica, impegno. E’ sostenuto dai servizi pubblici, da accompagnatori all’interno di un progetto provinciale, riceve l’indennità di accompagnamento ed ha amici che si prendono cura di lui. Nonostante la non autosufficienza e il fatto che non abbia familiari che lo accudiscono, riesce a vivere da solo e ha molto forte la voglia di conservare, fino a quando sarà possibile e anche oltre, l’autonomia che è riuscito a ritagliarsi e a difendere finora nonostante il poco denaro a disposizione. Più della metà delle entrate, la pensione da lavoro, la pensione di reversibilità della madre e l’assegno di accompagnamento, se ne vanno in spese fisse rappresentate dall’affitto Itea e dalla quota per il costo dei servizi comunali; con il restante deve vestirsi, pagare la luce, l’acqua, il gas, il riscaldamento ma non solo, deve anche sostenere le spese di pedicure che sono per lui indispensabili, i costi della benzina e dell’automobile che rappresenta le sue gambe, gli apparecchi acustici e ogni altra cosa necessaria.
Non può permettersi altre spese che rimangono per lui un sogno: ad esempio un computer adatto alle sue condizioni con cui viaggiare nel web e nel mondo intero; il libero utilizzo dell’automobile visto che l’auto costa e invecchia; l’andare in vacanza al mare o in montagna perché nessuno gli rimborsa i costi dell’accompagnatore; l’uscire la sera a incontri culturali che terminano dopo le 23 perché oltre quell’ora non c’è più il servizio di accompagnamento. Ma non sono queste le cose che gli fanno paura. La paura è un’altra: quella di finire in una casa di riposo, lui che vive da solo, che ama la libertà e l’autonomia più di se stesso. E’ la stessa paura che attanaglia tutti coloro che, come lui, non sono autosufficienti, vivono da soli e non sono più giovani.
Daniel, con i suoi 31 anni, è molto più giovane. Abita con i genitori in un paese della Destra Adige dove è nato e cresciuto, in una casa non sbarrierata in cui entrare ed uscire è ogni volta un’impresa. Un incidente automobilistico, tre anni fa, lo ha privato dell’uso delle gambe costringendolo alla carrozzella. Per un giovane dover cominciare a dipendere dagli altri è stata una cosa difficile, ma ha trovato nel sostegno degli amici e nell’affetto dei familiari un buon equilibrio per la vita. Ora, che non può più continuare a fare l’operaio manutentore, deve ricostruirsi anche una vita lavorativa, perciò frequenta un corso di computer per imparare una nuova professione che gli permetta di trovare un lavoro adatto alle sue condizioni, vivere in autonomia del proprio lavoro e potersi sentire ancora utile.
La sua scelta di vita prevede l’autonomia e l’indipendenza dalla famiglia. E’ grande la sua voglia, ed anche la necessità, di rendersi autonomo, di andare a vivere da solo, di avere una casa dove potersi organizzare pur con l’aiuto esterno dei genitori, dove poter accogliere gli amici, dove poter ospitare - perché no? - la donna che vorrà dividere con lui la vita, dopo poter parcheggiare l’automobile che vorrebbe acquistare, magari di seconda mano, modificata secondo le sue esigenze di disabile, ora che ha la patente speciale.
Oggi tutto questo gli è impedito, perché la casa in cui vive con il padre non è per nulla attrezzata, perché la domanda di una casa Itea sbarrierata cozza contro la burocrazia e le leggi che non tengono conto delle necessità particolari delle persone come lui: è oltre il 100° posto nella graduatoria Itea della città e sorte migliore non sembra attenderlo nel caso della graduatoria del comprensorio. Di case ce ne sono poche e quelle poche vengono assegnate a chi ha maggiori punteggi. La sua invalidità non pare essere un motivo sufficiente per aiutarlo a trovare casa, visti i pochi punti che gli vengono attribuiti per accedere alle graduatorie anche a causa di un’assurda interpretazione eccessivamente restrittiva del valore da assegnare ai punteggi dei grandi invalidi, che lo penalizza molto.
Insomma, così come stanno le cose, l’ente pubblico non sembra essere in grado di dare risposta ai suoi bisogni abitativi. Anche prendere in affitto una casa sbarrierata nel paese di origine è cosa difficile e complicata, perché non può beneficiare del contributo pubblico per l’integrazione del canone di affitto in quanto abita con i genitori: potrà beneficiarne forse solo dopo che avrà firmato da tre mesi un regolare contratto di affitto. Quindi dovrebbe cercarsi una casa, firmare il contratto d’affitto, abitarci per tre mesi e infine chiedere il sostegno economico pubblico, senza per altro avere la certezza di ottenerlo: un’impresa difficile per chiunque non abbia disponibilità economiche, titanica per lui che non è nemmeno autosufficiente. E’ come dire già in partenza: “lascia perdere”.
La presente mozione vuole dare voce a Giuseppe, a Daniel e a tutti coloro che vivono nelle loro condizioni, affinché l’ente pubblico si prenda carico delle esigenze speciali delle persone non autosufficienti che vogliono vivere da sole e che desiderano ed esigono (sì, giustamente, esigono) di continuare a farlo fino a quando è umanamente possibile.
Perché si dia avvio a progetti personalizzati, che non necessariamente prevedano maggiori spese ma anche interventi di razionalizzazione. Basti pensare che, con i soldi pubblici che si spenderebbero per loro in case protette o in case di riposo, si può aiutarli a trovare casa, quando non ce l’hanno, si può continuare a farli vivere nella loro casa, quando ce l’hanno, si può soprattutto far sì che conservino e sviluppino l’autonomia di vita, che è un bene sostanziale e irrinunciabile, e che continuino a fare ciò che tutta la gente cosiddetta normale fa.
Ciò premesso,
il Consiglio Provinciale
impegna
il Presidente della Provincia e la Giunta provinciale
a prevedere all’interno dell’organizzazione del Welfare provinciale, riformato con la L.P. 27 luglio 2007 n. 13, specifici progetti personalizzati di sostegno per le persone non autosufficienti e per i grandi invalidi che, per necessità o per scelta, vivono o decidono di vivere la loro vita da soli. Progetti individuali che prevedano, oltre all’assegnazione prioritaria di una casa sbarrierata dove poter vivere autonomamente, anche e soprattutto la possibilità di continuare a vivere dignitosamente e in autonomia la propria vita, indipendentemente dall’età, evitando gli inutili, costosi e dolorosi ricoveri in strutture protette o in case di riposo.
dott. Giuseppe Parolari
(consigliere)www.giuseppeparolari.it
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