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30 dicembre 2008
di Giuseppe Parolari
«Sottotenente medico, la aspetto immediatamente al comando!». Il tono non era dei più confidenziali e quella telefonata del colonnello Pagliuca, del quale dopo trent’anni ricordo ancora il nome, comandante del Battaglione logistico Orobica di Merano, mi preoccupò non poco per il tono perentorio e del tutto inusuale usato nei miei confronti. «Cosa ha combinato!» esclamò, non appena mi vide entrare nel suo ufficio, prima ancora che potessi portare la mano alla visiera nel saluto militare. «Che è successo?» replicai preoccupato.
«Tenente, lei ha scritto al presidente Pertini?!» esclamò, guardandomi fisso negli occhi. Non capii se la sua fosse una domanda o un’affermazione, ma pensai tra me e me: “E bravo presidente, mi hai fregato. Doveva essere una cosa riservata tra noi e invece l’hai spiattellata ai miei superiori…!”. Mi sentivo tradito nella fiducia che avevo riposto in Pertini. Non mi ero ancora reso conto di aver commesso uno dei peggiori “crimini” che si possono commettere sotto militare.
Tutto era iniziato quasi nove mesi prima quando, conclusa a Firenze la scuola di sanità militare, mi venne assegnata la sede in cui avrei trascorso il restante anno di servizio come ufficiale medico di complemento. Mi aspettavo Trento, forse il distretto, ma anche un altro posto poteva andare bene purché fosse vicino alla casa di riposo di Nomi, con i suoi 180 anziani ospiti e 140 dipendenti, della quale ero da poco diventato presidente. Con quell'incarico di amministratore pubblico era d'obbligo la mia assegnazione, secondo regolamento militare, al posto più vicino: a Trento si erano appena liberati quattro posti di ufficiale medico di complemento ed eravamo solo in quattro ad aver chiesto la destinazione in quella città, ergo….
Ma non fu così. Mentre gli altri tre medici trentini furono assegnati a distaccamenti con sede a Trento io, che sarei stato l'unico ad averne diritto, fui destinato invece ad un battaglione operativo di Merano da dove, per poter riunire il consiglio di amministrazione della casa per anziani, i primi mesi dovetti andare in “fuga”. Tutto questo mentre l'ultimo posto rimasto libero a Trento, proprio quello al distretto militare, venne assegnato ad un romano, che si aspettava di andare a Roma e del quale ricordo ancora le imprecazioni quando lo informarono.....
Presentai subito richiesta di avvicinamento, ma per molto tempo nessuna novella venne ad allietarmi. Invece, nel frattempo ero diventato dirigente del presidio medico del battaglione, medico accompagnatore alle prove di tiro di carabinieri e finanzieri, sostituto del colonnello medico con compiti di coordinamento dei presidi medici militari della Val Venosta, insomma costretto ad essere presente 24 ore al giorno. Erano passati otto mesi dal mio arrivo a Merano il giorno in cui, nello stesso istante, mi giunsero tre informazioni: la prima diceva che la mia domanda di avvicinamento era arrivata a Roma e il ministero la stava esaminando; la seconda che la domanda era ancora ferma a Bolzano presso il comando di Corpo d’armata; la terza che non si era mai mossa da Merano.
Fu allora che decisi di scrivere al presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nella lettera battuta a macchina con la vecchia Olivetti dell’infermeria, gli raccontai le ragioni per cui secondo me non ero stato assegnato alla sede di Trento, come sarebbe stato invece mio diritto: semplicemente perché ero di sinistra, proveniente dal movimento studentesco, uno dei soli tre amministratori del Pci trentino a presiedere un ente pubblico (gli altri due erano un sindaco e un presidente di ospedale), e poi perché, prima di partire per il servizio militare, la mia ricerca sui morti da amianto in una fabbrica della val di Ledro aveva scoperchiato una pentola che forse non avrebbe dovuto essere scoperchiata. Ragioni per altro riportate sulla mia scheda personale militare che qualcuno, che l'aveva letta, m'aveva ben descritte. Per questo mi si voleva lontano dal Trentino, dove l’essere di sinistra a quei tempi era motivo di discriminazione almeno quanto l'esserlo sotto servizio militare con i gradi d’ufficiale.
«Tenente, si rende conto di cosa ha fatto?» continuò il comandante. E, rincarando la dose: «Sa cos'è successo ad un suo collega che aveva scritto personalmente al generale di corpo d’armata a Bolzano? Ha finito la naia a Malles, lassù, tra i lupi. Sa cos'è capitato ad un ufficiale che due anni fa scrisse direttamente al ministro della difesa? Dopo il processo ha trascorso tre mesi nel carcere militare di Peschiera.» Per concludere infine: «Ora mi dica cosa può aspettarsi lei, che ha scritto direttamente al grado più alto della scala gerarchica militare, al comandante supremo delle forze armate italiane, al presidente della Repubblica!».
Solo allora mi resi conto di quanto l'avevo combinata grossa. Mi si gelò il sangue nelle vene. Avevo saltato a piè pari tutti i gradi della scala gerarchica, ignorandola totalmente. Avevo commesso una delle mancanze più gravi che si potessero commettere durante il servizio militare. «Forse la fucilazione.....», sussurrai. Quasi ci credevo.
«Lei conosce Pertini?» proseguì il comandante. Risposi di no. «Forse conosce qualcuno che conosce Pertini?» chiese di nuovo. Risposi ancora di no. Queste domande però cominciarono a darmi una certa tranquillità. «Legga a voce alta l’articolo del regolamento di disciplina militare» mi disse, passandomi la norma che stabiliva l’obbligo di osservare la via gerarchica. Lo lessi sull'attenti, a voce alta. Poi mi passò un altro foglio. «Ora legga anche questo». C'era scritto: «Si invita il comandante del corpo a ricordare al sottotenente medico Giuseppe Parolari il dovere di rispettare la via gerarchica e a non prendere nei suoi confronti alcun provvedimento disciplinare. Firmato: il presidente Sandro Pertini».
La paga d'ufficiale non mi bastò quella sera per offrire da bere, credo a tutto il battaglione. Dalle reazioni degli ufficiali di firma, che conoscevano bene quel mondo, capii che mi consideravano un miracolato. Cinque giorni dopo fu ancora il comandante del battaglione ad informarmi che dovevo partire subito. "Su ordine di Roma" ero stato assegnato con effetto immediato al distretto militare di Trento, dove trascorsi gli ultimi tre mesi di servizio, visitando reclute.
Più volte da allora mi sono chiesto come un presidente della Repubblica possa aver trovato il tempo e la voglia di leggere la lettera che un ufficiale medico di periferia gli aveva spedito da una sperduta caserma del profondo nord. Ma non ho mai trovato alcuna ragione diversa dal fatto che, prima che un grande presidente, Sandro Pertini era un grande uomo.
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