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Home > salute sicurezza sul lavoro > Il caso Collotta Cis & F
 

 [Ledro, amianto in fabbrica, il dramma...]          
23 marzo 2009 - Quotidiano "l'Adige"

LEDRO, AMIANTO IN FABBRICA, IL DRAMMA DI ANNI TERRIBILI.
Nel 1977 il medico del lavoro Giuseppe Parolari presentò uno studio con dati di mortalità impressionante, per tumore e asbestosi, dovuti alla lavorazione dell'amianto.
E' in corso una operazione di recupero definitivo dell'area di Molina che ospitò, tra il 1928 ed il 1973, la Collotta e Cis che diede lavoro a 428 dipendenti: doveroso ricordare il sacrificio di tante vite.


Vittorio Colombo

A ccanto a noi lavorava la morte: era quanto andavano dicendo gli operai dopo la chiusura, avvenuta nel gennaio del 1978, della fabbrica Collotta e Cis di Molina di Ledro. Fu un medico del lavoro, allora appena entrato in attività, Giuseppe Parolari a portare alla luce la tragica realtà.
La fabbrica tra il 1928 ed il '73 diede lavoro a 428 operai. Produceva materiale coibente «superisolante» a base di carbonato di magnesio, ottenuto dalla dolomia, una roccia estratta dalle cave del luogo e dall'amianto di tipo amosite importato dal Sud Africa. Furono purtroppo molti, come accertò il dottor Parolari (già sindaco di Nago Torbole e consigliere provinciale), i morti per tumori maligni e per asbestosi a seguito di esposizione all'amianto. Molti capitoli si sono chiusi in questi anni, si sono susseguiti studi sulla mortalità, diverse fasi di bonifica dell'area.
Ora il Comune di Molina di Ledro, come è stato reso noto dal sindaco Franco Brighenti, sta per acquistare quel che resta della fabbrica; poco più di un ettaro con due edifici. Ne vorrebbe fare un centro di raccolta materiali ed una struttura museale dedicata all'archeologia industriale.
Questo ultimo atto richiama una storia che ha segnato dolorosamente la valle, una storia dalla quale è impossibile, anche per rispetto di chi ha perso la vita e delle famiglie colpite, prendere le distanze o dimenticare.
Ne parliamo con il medico del lavoro dottor Giuseppe Parolari.
Partiamo dall'aspetto più terribile: quali sono i dati principali emersi dallo studio, l'ultimo oggi disponibile, da lei elaborato nel 1995?
A fine 1995 dei 428 ex lavoratori della Collotta e Cis 185 risultavano viventi, 240 deceduti, 3 non rintracciabili. Dei 240 deceduti (56%), 190 sono maschi (73%) e 50 femmine (30%). Escludendo i lavoratori dei quali non sono note le cause di morte, i 203 lavoratori esposti ad amianto, per i quali è nota sia la causa di morte che il grado di esposizione sono morti per le seguenti cause: tumore maligno 74 (54 maschi e 20 femmine), asbestosi 8. Altre cause 121.
Lo studio ci ha portato a rilevare come il gruppo di operai maggiormente esposti all'amianto sono morti di tumore per il 54,6%, a media esposizione per il 38,6%, a bassa esposizione il 31%, a non esposizione il 15,2%. Dei 10 lavoratori più esposti in assoluto, 6 sono morti per tumore e 4 per asbestosi.
Si possono stimare gli anni di vita persi?
Nello studio del 1990 era stato fatto questo calcolo relativo a tutti gli anni persi in tutta la popolazione della fabbrica: mediatamente 6 anni per ogni lavoratore deceduto (5,5 anni nei maschi, 8,1 anni nelle femmine). Ogni lavoratore cioè aveva vissuto mediamente 6 anni in meno (attesa di vita a 40 anni) rispetto al resto della popolazione della Val di Ledro. Fino al 1990 erano stati persi complessivamente 1.264 anni di vita. Con gli stessi parametri gli anni persi al 1995 risultano 1.430.
Come si arrivò all'apertura dell'indagine alla Collotta e Cis?
Nel settembre del '76 mi mossi, nella mia qualità di medico del lavoro, richiamato da tre segnalazioni: un dipendente della ditta, la famiglia di un dipendente morto, un medico della zona. Mi dissero che gli operai di quella fabbrica morivano di tumore. In ditta mi venne confermato che da quasi cinquant'anni veniva lavorato amianto di tipo amosite. Fui appoggiato in pieno e invitato ad andare avanti dal sindaco Agnese Rosa. Prezioso fu l'apporto di un personaggio di una vivacità unica, come Candido Zendri, messo comunale. Da tempo si sapeva, che in fabbrica accadeva qualcosa di grave. Si era mosso, perciò a raccogliere dati; mi fornì un primo elenco di lavoratori deceduti o che erano ammalati, cosa che l'azienda si era rifiutata di fare.
Come si è mosso, in un quadro tanto delicato e preoccupante?
Ho iniziato una indagine ed uno studio sulla mortalità. I primi dati portavano in evidenza un picco impressionante di decessi per tumore, una percentuale clamorosamente superiore a quella registrata in altre zone. Non solo di mesotelioma, specificatamente da amianto, ma anche di asbestosi. Presi contatto con l'ospedale e con il dottor Massari. C'erano le schermografie, c'erano le descrizioni radiografiche dell'asbestosi, ma non c'erano le diagnosi. Ossia non si era attestato che il male era dovuto ad esposizione al amianto.
Utilizzai quei dati a fine '77 per la mia tesi di specializzazione all'università di Verona. Il giornalista Nello Morandi rese pubblico il caso con un approfondito intervento sul giornale «l'Adige» che intitolò «La fabbrica della morte».
Ci furono conseguenze?
Tutto questo mi costò l'apertura di due procedimenti giudiziari per diffamazione, procedimenti anche a carico de «l'Adige» e della rivista «Uomo Città, Territorio». Portai i dati del mio studio, con gli indici di mortalità, ai magistrati di Trento e Rovereto che archiviarono i procedimenti nei nostri confronti in fase istruttoria.
Gli studi e l'apertura del caso portarono alla chiusura della fabbrica?
No, la fabbrica chiuse i cancelli nel gennaio del '78. Ma non c'è stato un nesso di cause ed effetto tra il mio studio e il clamore, con comprensibile allarme e preoccupazione, che sollevò. La fabbrica era da tempo in grave difficoltà: le lavorazioni con l'amianto erano andate dovunque in crisi a partire dal 1973. Il destino della Collotta e Cis era comunque segnato.
Com'è potuto accadere che una fabbrica con quelle caratteristiche potesse operare?
Bisogna considerare che i tempi erano molto diversi da quelli attuali. Il problema della tutela della salute negli ambienti di lavoro praticamente non esisteva. Gli organismi pubblici o sanitari non si impegnavano specificatamente. D'altro canto prioritario era il lavoro, a qualsiasi condizione. E questo avveniva soprattutto in una valle chiusa come quella di Ledro, dove veniva il lavoro e la possibilità di mantenere la famiglia prima di tutto e, purtroppo, a qualunque costo. Se si perdeva quel posto non ce n'erano altri. Per anni fuori dai cancelli della Collotta e Cis ci sono state numerose persone che aspettavano di essere chiamate. E chi lavorava doveva rigare dritto, altrimenti… tanto più che davanti a quei cancelli passavano anche i ledrensi, con la valigia, per emigrare alla ricerca di un lavoro.
Come si è mosso per quel che riguarda indagine ed intervento?
Ho cominciato a visitare tutti gli operai. I dati ufficiali raccolti in uno studio li presentai ad Helsinki, ad un convegno dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Quello studio sulla fabbrica ledrense è stato il primo italiano sull'esposizione all'amianto. Dopo sono scoppiati casi, eclatanti per dimensioni e luttuose conseguenze, come quelli delle Ferrovie dello Stato e di Eternit. Importante è stato il convegno nazionale al Casinò di Arco nel 1985 con le relazioni dei radiografi Massari e Dovisotti, il mio studio e quello della dottoressa Gemma Gherson, primario di pneumologia.
La messa fuori legge dell'amianto a quando risale e che cosa ha portato?
Si è arrivati, nel 1992, a proibire per legge produzione, lavorazione, vendita, insomma tutto quello che poteva avere attinenza con l'amianto. È partita così una operazione di bonifica su larghissima scala che ha interessato ogni sorta di edifici, anche e soprattutto pubblici, asili, palestre, scuole. L'amianto serviva per rivestimenti di ogni genere: navi e treni erano fortemente dall'amianto, materiale coibente usato per la capacità di salvaguardare la fonte di calore.
Uno dei casi più rilevanti è stato quello relativo all'elevatissimo tasso di mortalità per tumore tra la popolazione a Monfalcone sede di industria navale.
Tra i casi trentini più eclatanti quello della palestra di Tione che era una sorta di fortilizio realizzato con amianto: la palestra è stata chiusa e bonificata. Un impegnativo lavoro di bonifica è in corso dagli anni Novanta ma l'uso nell'edilizia dell'amianto era talmente diffuso che il compito non è ancora finito.
Come operava, sotto il profilo della produzione, la fabbrica di Molina di Ledro?
La fabbrica ledrense usava la dolomia, roccia ricavata scavando nelle cave del luogo, composta da carbonato di calcio e carbonato di magnesio. Le due componenti venivano separate. Il carbonato di magnesio veniva lavorato con l'amianto, un minerale fibroso importato dal Sud Africa. Il carbonato di calcio veniva depositato accanto alla fabbrica in un enorme cumulo. Quando la fabbrica è stata chiusa e, con il sindaco Agnese Rosa e la Provincia, abbiamo affrontato ogni aspetto della bonifica, abbiamo constatato con preoccupazione che c'erano rischi enormi per la tenuta idrogeologica e le possibili conseguenze.
Di fatto, quali erano questi rischi?
Era appena accaduta la tragedia di Stava. Il geologo Veronese della Provincia aveva scoperto, con il carotaggio, che sotto diversi metri di materiale solido il carbonato di calcio era diventato un magma liquido. Si può ora dire con sollievo che non è franato a valle un pezzo di montagna perché, come ha rilevato il geologo, il calcio si presenta in scaglie non tonde com'erano quelle che, rovinando, avevano provocato la tragedia di Stava, bensì piatte e dunque ancorate.
L'azione di bonifica come è stata fatta?
L'intera zona si presentava come una vera polveriera con condizioni estremamente dannose per la pubblica salute. Il vecchio stabile presentata accumuli di polvere di amianto; quando si alzava il vento la polvere di amianto invadeva l'aria per chilometri. Non ne era interessata insomma, la sola Molina. Alla fine degli anni Ottanta la Provincia fece abbattere la fabbrica. Tutto il materiale di abbattimento e mezzo metro di terreno tolto da tutta la superficie vennero rimessi nelle cave sopra Besta, nelle gallerie nelle quali si era scavato la dolomia. Quindi le gallerie vennero murate.
C'era dunque pericolo anche per chi non lavorava in fabbrica?
Certamente, il problema della diffusione via aerea dell'asbesto risulta evidente quando si considera che si sono registrati circa una decina di casi di persone colpite da asbesto che non avevano mai lavorato in fabbrica. Non solo i lavoratori si ammalavano. Come si è detto prima l'amianto importato dal Sud Africa raggiungeva la Valle di Ledro in sacchi di juta. L'asbesto si presenta con delle scaglie anche di piccolissime dimensioni che impregnavano i sacchi che i lavoratori portavano a casa e usavano per conservare le patate o altre verdure. Ma la diffusione della malattia nei non lavoratori è dovuta anche ad altre cause. Si sono accertati, ad esempio, tre casi di mesotelioma tra non lavoratori della fabbrica. Si trattava di parenti stretti che si sono ammalati perché il lavoratore portava a casa gli abiti impregnati di polvere di amianto.
Che azione sanitaria è stata compiuta sul campo?
Gli studi ed i dati disponibili ed elaborati vanno dal 1978 al 1995. In questo periodo ho ripreso ad occuparmi di questa vicenda e ho in corso un lavoro per aggiornare i dati sulla mortalità fino ai giorni nostri. Dal '78 i dati sono stati elaborati ogni cinque anni. Ma in quegli anni è stato effettuato anche un lavoro sul campo; sono stati visitati i lavoratori disponibili. Le visite hanno portato ad accertare un centinaio di casi di lavoratori affetti dal male che, purtroppo, è progressivo e non è curabile. L'Inail ha riconosciuto loro la pensione di invalidità, poi passata ai superstiti. Abbiamo poi lavorato, assieme ai medici di famiglia, per migliorare gli stili di vita. Si è scoperto che il fumo con l'amianto moltiplica il rischio; quindi il fumo era un formidabile acceleratore di morte. Sono state svolte indagini nelle case. Abbiamo, così rilevato la presenza di due casi di asbestosi tra persone, non lavoratori ma che abitavano nelle case vicino alla fabbrica e che hanno respirato fibre diffuse nell'aria.

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