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 [Sloi, la fabbrica degli «invisibili»] Spedite questo articolo ai Vostri amicistampa 
4 maggio 2009 - Dai quotidiani "L'Adige" e "Trentino"

Negli archivi perduti la vera storia della Sloi
(E' ora di cercare gli archivi della Sloi)

(L'Adige)
La verità sulla Sloi nell'archivio clinico di mio padre
(Trentino)

di Giuseppe Parolari *)

Quest’anno, con altre duecento persone, ho festeggiato il 1º maggio partecipando alla presentazione del film “Sloi, la fabbrica degli invisibili” di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi: un’ora densa di ricordi, di memorie da non cancellare, di testimonianze di quella straordinaria e drammatica pagina di storia trentina. Ricordi di lavoro, di speranze, di sofferenza e di morte.

Personalmente la proiezione l’ho vissuta in maniera speciale: tante cose di quelle raccontate sullo schermo io le sapevo già, di prima mano: me le aveva raccontate mio padre che in quella fabbrica aveva fatto l’infermiere per quasi quarant’anni, e dove vi aveva lavorato anche mio fratello maggiore. Credo sia da quelle esperienze, che mi venivano raccontate quand’ero ragazzo, che è nata poi in me la voglia di fare - da grande - il medico del lavoro.

Ed è proprio con l’occhio di medico del lavoro e di ricercatore che mi sono trovato, ad un certo punto della serata, guardando il film, a chiedermi come mai per la Sloi di Trento non sia stata fatta una ricerca, come quella ad esempio della Collotta-Cis di Molina di Ledro, che mettesse in ordine l’elenco di tutti coloro che nei 40 anni di vita della fabbrica vi avevano lavorato, per capire una buona volta come stanno queste persone, che fine hanno fatto, quali sono i danni reali a lungo termine causati alla loro salute da quella fabbrica.

E’ ben vero che ci sono i dati Inail che parlano di una miriade di malattie professionali, di intossicazioni a raffica, di vari morti, ma manca - a meno che non ci sia e non lo sappia - un elenco di nomi e un elenco di informazioni sanitarie. Oggi della Sloi si conosce metro per metro, in superficie e profondità, il grado di inquinamento dell’area abbandonata, si conosce la storia della fabbrica quasi anno per anno, ma manca quel tassello della storia forse più importante: le informazioni sugli uomini che vi hanno lavorato.

Mio padre era “l’infermiere della Sloi”: teneva le cartelle sanitarie di tutti coloro che vi lavoravano, faceva i controlli del piombo nelle urine dei lavoratori, assisteva i medici di fabbrica che si sono seguiti nel tempo, interveniva in caso di infortunio, somministrava le terapie prescritte, seguiva personalmente gli intossicati che venivano ricoverati a Pergine o all’università di Padova in Medicina del lavoro, curava la buona manutenzione e l’igiene dei mezzi personali di protezione, maschere e respiratori, teneva i rapporti con gli operai che a decine si rivolgevano a lui come ad un padre.

Dal 1940 all’inizio degli anni’70, per più di 30 anni, ha registrato giornalmente sulle cartelle sanitarie dei lavoratori tutto ciò che succedeva in quella fabbrica legato al piombo tetraetile, creando un archivio di dati decisamente unico nel suo genere.

Nel 1966, anno dell’alluvione, quando l’Adige entrò in Sloi, il disastro sfiorato non fu solo per lo scoppio dei fusti di sodio che spaventò tutta Trento con il rischio di inquinamento da piombo tetraetile, ma l’acqua e il fango entrarono in infermeria riducendo ad un ammasso informe anche quell’archivio eccezionale. Per giorni e giorni, dopo che l’acqua si fu ritirata e il fango rimosso, l’infermeria della ditta si trasformò in un lavatoio e asciugatoio. La vidi io stesso, con i miei occhi allora di studente liceale, la lunga serie di fili appesi da un capo all’altro dell’infermeria con attaccate ad asciugare migliaia di schede che mio padre aveva recuperate una ad una dal fango, lavate e messe ad asciugare: quasi il 100% di quell’archivio unico e irripetibile venne così recuperato, ma quel lavoro risultò poi inutile.

Nei primi anni’70 infatti, con la città ancora scossa dai botti dei fusti di sodio scoppiati qualche anno prima, colpita dalla denuncia del medico di fabbrica De Venuto che se n’era andato accusando la nuova direzione Sloi di interessarsi solo del profitto, con il sentore sempre più forte di imminenti inchieste e processi, la direzione chiamò mio padre e gli intimò di non essere più tanto preciso e pignolo sui dati raccolti, che avrebbero potuto subire “qualche correzione”. In caso contrario, gli dissero, dal giorno dopo poteva tranquillamente starsene a casa.

Il giorno seguente mio padre rimase a casa e vi restò per quasi due mesi, senza stipendio. Fu solo quando gli operai della fabbrica, stupiti di quella lunga assenza di chi per più di trent’anni prima non era mai mancato dal lavoro, cominciarono a chiedere insistentemente «ma dov’è Ottorino Parolari?», che la direzione richiamò mio padre, gli vietò di entrare per qualsiasi ragione in infermeria pena il licenziamento e gli diede il nuovo incaricò di controllare che in tutta la fabbrica gli operai usassero i mezzi di protezione. Estromesso mio padre dall’infermeria, fu facile far sparire le cartelle sanitarie che contenevano la storia dei lavoratori della Sloi, cartelle che presero probabilmente la strada di Bologna dove la ditta aveva sede legale.

Io non so se quel prezioso archivio è stato poi distrutto o se magari è ancora conservato in qualche scantinato di Bologna: se fosse così, sarebbe un’autentica miniera di notizie per ricostruire la storia della Sloi dal di dentro. Quella storia che mio padre, quando incontrava Mario Stringari, grande medico di fabbrica dei primi tempi e suo migliore amico, oppure i tanti lavoratori che venivano a trovarlo perché lo consideravano il “loro salvatore”, mi raccontava con la sofferenza con cui si ricordano le cose tristi.

*) Medico del Lavoro

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